sabato 7 febbraio 2026

Sanità sarda: considerazioni a confronto a sinistra

La sanità pubblica in Sardegna, come da altre parti (forse ancora peggio che in altre parti), attraversa un brutto momento che si ripercuote inevitabilmente nella gestione delle istituzioni regionali e nel dibattito politico.

Riportiamo una analisi di Claudia Zuncheddu, medica e attivista, in risposta ad un “editoriale” del giornalista Mario Guerrini, che riportiamo sotto.

 

Lettera aperta di Claudia Zuncheddu a Mario Guerrini

Caro dott Guerrini,

la salute non aspetta i commissariamenti e le nuove nomine dei Direttori Generali. I giochi di potere non possono essere la priorità. La presidente deve esercitare i suoi poteri politici e dare  segni di discontinuità con il passato. Ma così non è!

La Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica, mi sollecita, in quanto portavoce, qualche chiarimento sul perché non sia possibile assolvere nessuno/a dalle responsabilità politiche del tracollo della Sanità pubblica in Sardegna.

Solinas è Solinas, il Pd è il Pd, ma l’operato della presidente Todde andrebbe interpretato in un contesto politico più ampio e poco analizzato. La memoria storica è d’aiuto. Per dovere di cronaca.

la grande crisi della Sanità sarda è esordita con il “Riordino della rete ospedaliera sarda”, con Pigliaru presidente. In nome del Riordino, dei Pareggi di bilancio, della Razionalizzazione, Riorganizzazione e Accorpamenti, furono smantellati gli ospedali dei nostri territori, per poi smantellare i grandi ospedali di Cagliari, al servizio di tutta la Sardegna.

E’ sotto la giunta del centro sinistra, che si firmò l’accordo con Al Thani, l’emiro del Qatar, per finanziare con le casse sarde il Mater Olbia. L’ospedale simbolo per eccellenza della privatizzazione del Sistema sanitario pubblico in Sardegna. L’accordo fu talmente conteso tra centro sinistra e centro destra, tanto da accapigliarsi tra loro.

La Sanità pubblica perdeva un numero esorbitante di posti letto, con l’impegno della RAS, sotto forti pressioni di Renzi su Pigliaru, di finanziare con 60 milioni di Euro all’anno, per dieci anni il Mater Olbia. L’ex ospedale San Raffaele, fu rilevato dall’emiro del Qatar Al Thani, per un miliardo e 200milioni. Ma per l’emiro, alla Sanità si legava un altro interesse: la riforma urbanistica (ndr). Su Sanità e Riforma Urbanistica si scavò la fossa il governo Pigliaru, per far strada ad altri pessimi governi con devastanti politiche sanitarie e non solo.

Mentre in Sardegna imperversavano le lotte per la difesa della Sanità Pubblica, sul Mater Olbia fecero pace le grandi religioni con il Bambin Gesù e l’emirato arabo, nonché la destra e la sinistra sarda. Per la più eclatante operazione neocoloniale arabo/italiana in Sardegna, ad una nostra scolaresca si fece intonare l’inno d’Italia, all’insegna del danno e della beffa per noi sardi.

Ma al fascino perverso della privatizzazione della sanità pubblica, non si sottrae nessuno e ancor meno il M5S.

Beppe Grillo, al culmine del successo del M5S, dichiarò che il Mater Olbia avrebbe salvato noi sardi.

La ministra della Salute Giulia Grillo, del governo Conte I (ex capogruppo M5S Camera dei deputati), rispose ad un documento della Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica, di cui già ero portavoce, che “non disdegnava la sanità privata….”.

Ma non solo. Nel pieno delle lotte contro i finanziamenti pubblici dalle casse sarde al Mater Olbia, con la legge di bilancio, il governo Conte stabiliva addirittura l’incremento da parte della RAS dal 6% al 20% del finanziamento al Mater Olbia, per l’acquisto di prestazioni sanitarie private. Un’azione di pirateria politica con cui si confermava che i tagli previsti con il decreto del 2012 sulla “spending review”, erano solo per la sanità pubblica.

Come nei gialli più intricati, dietro quest’operazione, c’era il capo di Gabinetto della ministra Grillo, proprio lui, Guido Carpani, già capo di Gabinetto del ministro Renato Balduzzi del governo Monti, autore della “spending review”. Eppure il M5S scelse Carpani, grande sostenitore della sanità privata e figura di spicco della sanità e università del Vaticano.

Ma a sciogliere il mistero degli ulteriori finanziamenti che secondo il governo Conte, la Regione Sardegna doveva garantire all’ospedale privato del Qatar, è che Guido Carpani risultava membro del consiglio di amministrazione del Mater Olbia, sino a qualche giorno prima del suo insediamento nel Gabinetto della ministra Grillo.

Carpani subentrò al costituzionalista Alfonso Celotto, che rassegnò le dimissioni da capo di Gabinetto della Grillo per lo scarso sostegno finanziario del governo Conte alla sanità pubblica e non solo. C’erano contrasti giuridici con la normativa dell’ordinamento italiano, ma anche l’incoerenza del M5S che disattendeva il programma elettorale, addirittura svendendo la sanità pubblica a quella privata di un altro Stato: il Vaticano.

Oggi, con la presidente-assessora Todde, non c’è alcun segno di discontinuità con il passato e a vincere sarà sempre la conservazione, mentre tutto precipita. Il giudizio politico sul suo operato in campo sanitario, per non parlare di quello sul fronte energetico e non solo, impone un cambio di paradigma che escluda l’ingenuità, il vittimismo e la difesa del bene pubblico. Nulla di tutto questo pare appartenerle.


L’intervento di Claudia Zuncheddu faceva seguito a questo, sempre sulla sanità sarda, del giornalista, ex RAI, Mario Guerrini:

I nemici di Alessandra Todde, Presidente della Regione Sardegna. Sono tanti. E terribilmente potenti. Intanto ci sono le lobby dell’imprenditoria, fortemente collegate anche alla massoneria.  Parlo di lobby perché in Sardegna c’è un ristretto circuito economico che si aggiudica sempre, da anni (troppi), i grandi affari. Ed è un circuito in cui sono comprese anche forze politiche (colluse). Poi ci sono i parassiti del sistema. Quelli che vivono di appalti pubblici, succhiando enorme risorse a Mamma Regione. Anche qui sfruttando le complicità trasversali della politica. E poi pullulano gli interessi nel grande business della Sanità. Dove taluni DG sono particolarmente corteggiati da frange politiche (destra e sinistra) per gli appalti o i finanziamenti o i favori. Qui ci sono anche le espressioni politiche trasversali che lavorano per la Sanità privata. Con danni evidenti al Servizio Pubblico. Ci sono quindi i gruppi editoriali. Il cui obbiettivo è addossare alla Presidente le mille responsabilità di tutto ciò che non funziona. Come se i mali atavici dell’isola li avesse creati lei. Infine ci sono gli alleati infidi. Quelli che soffrono per la sua visibilità. Aver chiuso i rubinetti, non tutti (purtroppo), ha suscitato contro la leader 5 Stelle una forte reazione di negatività. Bisogna tenerne conto. Per meglio comprendere la sua azione politica. Non scevra, peraltro, da errori. Come non manco di sottolineare. La realtà è che il potere, i poteri, che hanno goduto abitualmente di magnanime elargizioni, quando trovano le porte chiuse, si alterano furiosamente. Troppe ambiguità, in certe parti politiche “amiche” importanti, rivelano l’insoddisfazione per avidità e esigenze non soddisfatte. Mamma Regione è da sempre considerata una mucca benigna in grado di allattare mille estroverse aspirazioni. In poltrone e denari (nostri).

 

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giovedì 5 febbraio 2026

Scrivere romanzi sulla Sardegna è inutile! - Giovanni Gusai

 

Basta con l’immagine del povero bimbo malato: ActionAid cambia rotta in Africa e smonta un rapporto di potere - Stefano Pancera

 

Per decenni, uno dei pilastri morali e finanziari della cooperazione internazionale è stato rappresentato da una formula consolidata: la foto di un bambino, un nome, un villaggio lontano e la promessa che, attraverso una quota mensile, si potesse “cambiare una vita”.

Tuttavia, le immagini di minori africani utilizzate per mobilitare le donazioni — pratica nota da anni come poverty porn — non sono affatto neutrali. Producono immaginari, rafforzano gerarchie e raccontano l’Africa come un luogo di privazione, piuttosto che come uno spazio di organizzazione sociale.

Il modello del sostegno a distanza, o “sponsor a child”, ha costruito l’identità di molte grandi Ong occidentali attive in Africa, Asia e America Latina. Per mezzo secolo, la figura dello sponsor del “povero bimbo” è stata considerata intoccabile: una formula semplice e rassicurante composta da un bambino, un donatore e una promessa.

Questo meccanismo ha funzionato, raccogliendo fondi e costruendo consenso, ma ha anche cristallizzato un’immagine distorta del continente africano: una terra fragile, dipendente e in perenne attesa.

Oggi ActionAid, una delle grandi organizzazioni che più a lungo ha incarnato questo modello sin dalla sua nascita nel 1972, dichiara che tale approccio non è più sufficiente. Lo fa con parole che hanno un peso specifico nel mondo della cooperazione: l’obiettivo è “decolonizzare” lo storico programma di sponsorizzazione dal paternalismo, retaggio di un’epoca passata. Non si tratta di accuse esterne, bensì di un’autocritica necessaria. È un passaggio complesso e scomodo, poiché tocca il cuore emotivo della cooperazione internazionale e mette in discussione un sistema che ha garantito entrate stabili per decenni.

 

Per anni il sistema è rimasto immutato: i donatori scelgono un bambino in un Paese povero, ricevendo in cambio aggiornamenti, lettere e fotografie. È tuttavia evidente che permettere di selezionare un bambino tramite una foto generi una relazione asimmetrica. Si definisce un divario tra chi guarda e chi viene guardato, tra chi decide e chi riceve: un nodo che non è solo etico, ma profondamente simbolico. Non è solo una questione di metodo; è, a tutti gli effetti, una questione di potere.

Il fulcro della revisione annunciata consiste nello spostare la narrazione degli aiuti dalla compassione alla reale solidarietà. L’obiettivo non è più limitarsi ad “aiutare qualcuno che soffre”, ma collaborare attivamente con movimenti locali, organizzazioni di base e comunità che già lottano per i diritti, l’istruzione e la salute. Questo approccio impone un superamento delle narrazioni individuali, dei ‘volti’ da salvare. In termini di coerenza, ciò dovrebbe tradursi in una drastica riduzione degli investimenti in campagne pubblicitarie e promozione, così come in un ridimensionamento di quegli apparati burocratici che alimentano stipendi privilegiati.

Resta però un interrogativo aperto che ogni Ong deve affrontare: i donatori saranno pronti a seguire questo cambiamento? Saranno disposti ad accettare un’Africa meno “commovente”, meno filtrata dai post strategici e furbetti sui social e più marcatamente politica?. Un’Africa meno rassicurante e più complessa?

Decolonizzare gli aiuti, infatti, non significa solo modificare i programmi. Significa rinunciare intimamente all’idea di essere al centro della Storia. Perché non lo siamo.

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domenica 1 febbraio 2026

Quando gli studenti ci danno una lezione - Marco Lodoli

A scuola tante parole volano via senza lasciare alcun segno: il professore parla e i ragazzi guardano le mosche, oppure prova a lanciare un argomento di discussione che deperisce dopo due o tre svogliati interventi. Ma a volte capita la giornata d'oro, quella in cui le parole pesano e lasciano un segno profondo negli studenti ma anche nel professore, al quale si rivelano intuizioni sbalorditive. E così l'altro giorno in classe si parlava di desideri, di consumismo, di intontimenti pericolosi, tema che torna spesso e che sembra non avere soluzione.


Ma stavolta Manolo, un ragazzetto scapigliato e nervoso, ha fatto in tre minuti un'analisi chiarissima, di quelle che aprono e chiudono ogni discorso. «Voi insegnanti ci dite che i desideri sono la nostra rovina, che ci costringono in una situazione di affanno perenne, di dipendenza, di mortificazione del pensiero. I desideri ci spingono nei centri commerciali dove siamo come pecore al pascolo, e noi sbaviamo dietro un telefonino, un paio di scarpe firmate, una maglia da cento euro, e intanto non ci accorgiamo che il lupo si sbrana la nostra vita. Ci parlate di Leopardi e di Schopenhauer, insistete perché noi ragazzi non perdiamo tempo ed energie a rincorrere false soddisfazioni, che in realtà ci impoveriscono sempre più. Ci leggete in classe articoli di scrittori, preti, filosofi che condannano il consumismo. Tutto vero, probabilmente, tutto fila senza una grinza. Però io mi domando: come mai queste sante parole non producono alcun effetto? È semplice. Non producono alcun effetto perché tutto il mondo occidentale si regge sull'eccitazione dei desideri, e se di colpo prevalesse San Francesco sarebbe lo sfacelo. Si ricorda professore quella pubblicità in cui si vedeva la gente per la strada che ringraziava un tipo con una busta in mano? Lo ringraziavano perché aveva comprato qualcosa, una cosa qualunque, forse una cosa inutile, ma che permetteva all'economia di girare, di creare ricchezza, di aumentare i posti di lavoro, o almeno di non perderli. Ecco dov'è l'ipocrisia. Tutti i sapientoni ripetono che bisogna accontentarsi, senza sciupare la propria esistenza dietro alle sciocchezze che ci vengono proposte a getto continuo, ma poi l'Occidente si regge solo sulla frenesia, sull'avidità, sul desiderio folle. Tutto il nostro immaginario è costruito ad arte per sedurre e farci sentire partecipi di una comunità che esiste finché può spendere. La ruota gira e non si può assolutamente fermare, e neppure rallentare. Gli adulti al comando gestiscono la fantasia nazionale, la spingono dove più conviene. Il Pil deve crescere, gli stipendi devono aumentare per rilanciare i consumi, le industrie devono incrementare i profitti per far guadagnare i padroni ma anche per non mandare a casa gli operai. Senza desideri assatanati l'Occidente precipita. Pubblicitari, creativi, uomini del marketing, belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti soffiano a pieni polmoni nelle vele del desiderio, perché è da lì che vengono i soldi e il benessere. Magari poi la gente impazzisce, si perde, si indebita, i giovani si confondono, si viziano, diventano sempre più deboli, ma non c'è niente da fare, se il desiderio non pompa l'acqua non sgorga. Se il desiderio si blocca, si blocca tutto. E poi arrivate voi professori, che siete tagliati fuori dal mondo, che contate sempre meno perché avete poco da spendere, e ci rifilate questi pistolotti inutili. Dite che il desiderio porta alla depressione o alla criminalità, che separa e contrappone gli esseri umani, che genera un arraffa arraffa individualista e degradante, predicate il rigore, lo studio, il sacrificio, ma nessuno vi sta a sentire. Noi no, perché siamo ragazzi e vogliamo divertirci, ma neanche gli adulti che valgono davvero vi prestano ascolto. Loro lo sanno cento volte meglio di voi come funziona la baracca. Funziona solo se i nostri desideri la sostengono minuto per minuto, altrimenti si sbraca. Fortunatamente oggi la cultura è inutile, ma se veramente fosse assorbita profondamente dalla gente comune sarebbe addirittura nociva, saboterebbe la macchina o l'autobus su cui viaggiamo, e questo non può accadere».

Sono rimasto a bocca aperta. L'immaginario che la scuola prova a costruire è una gondoletta di fronte a una portaerei. È un ostacolo da travolgere, o meglio ancora da ignorare. La diffusa pedagogia sociale ha un solo chiaro argomento: se spendi ci sei, se spendiamo tutti il paese va avanti, il resto sono solo chiacchiere inconsistenti, inconsapevolmente sovversive. Gli altri ragazzi hanno guardato in silenzio il compagno filosofo, poi uno ha preso la parola: «Non ho capito quasi niente di quello che hai detto, ma mi sembra giustissimo».

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sabato 31 gennaio 2026

Hamburger nel carrello: nel 30% dei campioni, i batteri trovati sono resistenti agli antibiotici - Luisiana Gaita

Super batteri che resistono agli antibiotici. Sono stati trovati nei campioni prelevati da quattro hamburger dei 12 acquistati al banco frigo dei supermercati e fatti analizzare da Il Salvagente per il nuovo numero della rivista specializzata proprio nei test in laboratorio. Obiettivo: valutare igiene e qualità della materia prima in base al rapporto tra collagene e proteine. A preoccupare, però, non è lo stato complessivo di igiene della carne, ma “la possibile presenza – riscontrata in effetti nel 30 per cento dei casi – di microrganismi capaci di bucare lo scudo farmacologico di medicinali usati per curare le infezioni causate da questi stessi batteri”. Eppure tutti gli hamburger analizzati sono risultati conformi alla legge. Questo perché i produttori, al contrario di ciò che dovrebbe avvenire in allevamenti e macelli, non hanno l’obbligo di sottoporre i batteri presenti negli hamburger all’antibiogramma, ossia l’esame microbiologico in vitro che determina la sensibilità o la resistenza di un batterio specifico a vari antibiotici. Lungo la filiera, quindi, questo tipo di controllo viene a mancare, rendendo impossibile una valutazione su quali antibiotici siano stati resi inefficaci e quali no. Di fatto, resistenze agli antibiotici sono state riscontrare nell’hamburger Terre d’Italia di Carrefour, in quello di Chianina di Lidl, nel Gramburger di scottona di Gram e nel maxihamburger di scottona ‘La collina delle bontà’ di Eurospin. “Le resistenze più gravi rilevate dal Salvagente sono legate alla presenza, in alcuni hamburger, di Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi in grado di sopravvivere a medicinali moderni e molto usati in questi casi, come le cefalosporine, una classe di antibiotici beta-fattamici” scrive Enrico Cinotti, vicedirettore e autore dell’inchiesta. Quali sono le conseguenze per il consumatore? Piaccia o meno l’hamburger al sangue, per uccidere i batteri resistenti agli antibiotici presenti in questo tipo di carne, l’unica soluzione è cuocerla bene. Come, tra l’altro, viene ricordato su molte confezioni.

L’allarme mondiale e i 12mila morti all’anno in Italia

Ed è un problema dato che, come spiega l’Organizzazione mondiale della sanità nel Global Antibiotic Resistance Surveillance Report 2025 “la resistenza antimicrobica (Amr) sta erodendo le basi della medicina moderna”, con batteri comuni che diventano sempre più difficili da curare (Leggi l’approfondimento). Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, in Italia si contano ormai 12mila morti all’anno. Una resistenza causata da un sempre più massiccio uso degli antibiotici, soprattutto in età pediatrica e in ambito ospedaliero (rispetto a quanto non avvenisse in passato) e al loro ricorso negli allevamenti, dove viene somministrato anche agli animali sani come profilassi preventiva.

La qualità proteica della carne

Tutto questo rende proprio questo aspetto la nota dolente dei risultati delle analisi, rispetto agli altri criteri presi in considerazione. Lo stato di igiene degli hamburger, in gran parte confezionati sottovuoto, ha pesato per il 50% sul voto finale, la percentuale di carne impiegata per il 20% e la qualità della carne per il 30%. Quest’ultimo aspetto è stato valutato in base al rapporto tra collagene e proteine, perché più è presente il primo e minore sarà la qualità proteica della carne. Da un punto di vista nutrizionale, il rapporto tra collagene e proteine non supera mai il 15%, soglia oltre la quale la qualità proteica della carne sarebbe risultata scarsa. Il punteggio peggiore (mediocre, con 14,93) lo ha totalizzato il Jubatti Barbecue Burgers di scottona, gusto delicato. Mediocri, da questo punto di vista, anche l’Hamburger bovino di razza, Chianina di Lidl.

Lo stato dell’igiene degli hamburger

La rivista diretta da Riccardo Quintili ha ricercato la presenza di diversi microrganismi per valutare, poi, il livello igienico della carne. Considerando i limiti di legge, che impongono l’assenza di Salmonella e Listeria monocytogenes (di fatto assenti in tutti i campioni), sono stati ricercati i batteri anaerobi, gli stafilococchi, l’E.coli, le enterobatteriacee, i coliformi e il bacillus cereus. Le linee guida utilizzare come riferimento sono quelle del Centro interdipartimentale di ricerca e documentazione sulla sicurezza alimentare della Regione Piemonte: il limite di 100 Unità formanti colonie per grammo (Ufc/g) per i batteri anaerobi solfito riduttori e per i stafilococchi coagulasi positivi e di 500 Ufc/g per l’Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva. “Dal punto di vista igienico – scrive Enrico Cinotti – a parte in tre casi in cui le linee guida sono state leggermente superate, lo standard di sicurezza alimentare è risultato mediamente buono”. Nell’hamburger di Carrefour è stato registrato uno sforamento (270 Ufc/g) per gli stafilococchi, mentre in quelli di Jubatti e Coop, una concentrazione media di batteri anaerobi leggermente superiore alla soglia, rispettivamente di 110 e 120 Ufc/g.

Quanti (e quali) antibiotici messi fuori gioco dai batteri

Il vero problema, però, è proprio il tipo di batterio e la capacità di resistere agli antibiotici. Ed è per questo che, in caso di presenza accertata di microrganismi, la rivista ha commissionato un esame specifico, l’antibiogramma, “per valutare la loro resistenza a un classe di 23 antibiotici comunemente prescritti dai medici per infezioni provocate dai batteri rilevati”. Le resistenze più gravi rilevate sono legate alla presenza di Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi ma, nella valutazione, si è anche tenuto conto del fatto che alcuni degli antibiotici indicati “sono notoriamente non adatti a curare questo tipo di infezioni”. Anche escludendo, dunque, i casi di “resistenza nota” e prendendo in considerazione solo quella “agli antibiotici utili”, sono quattro gli hamburger nei quali è stata riscontrata anche quest’ultima. Nell’Hamburger Bovino di Razza Chianina di Lidl, gli stafilococchi rintracciati sono resistenti a quattro tipi di antibiotici, mentre l’Escherichia coli individuata può superare le difese di due medicinali. Totale: 6 farmaci messi fuori gioco. Sono cinque gli antibiotici a cui sono resistenti gli stafilococchi rintracciati nell’Hamburger con Marchigiana, Terre d’Italia, di Carrefour. Resistono rispettivamente a tre e un medicinale gli stafilococchi trovati, infine, nel Gram Gramburger di Scottona e nel Maxihamburger di Scottona la Collina delle bontà di Eurospin. Il Salvagente ha contattato i produttori in questione che, non negando la presenza di batteri con profili di antibiotico-resistenza, sottolineano che non compete a loro questo tipo di controllo. E c’è chi promette approfondimenti con i propri fornitori.

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venerdì 30 gennaio 2026

Trovate microplastiche anche nei pesci delle acque incontaminate del Pacifico


Altro che atolli incontaminati e acque cristalline. Un nuovo studio dell’Università del Pacifico del Sud rivela che l’invulnerabilità dei mari del Sud è un mito: nei piatti delle comunità del Pacifico, la plastica è diventata un ospite fisso. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista PLOS One, circa un pesce su tre catturato nelle acque costiere delle isole del Pacifico ha ingerito microplastiche. In alcune zone, come le isole Fiji, la percentuale di pesci contaminati schizza al 75% contro una media globale che si attesta intorno al 49%. Le microplastiche sono ormai riconosciute come una minaccia ambientale globale, che colpisce gli ecosistemi marini e solleva preoccupazioni per la salute umana. Sebbene i Paesi e Territori insulari del Pacifico (PICT) siano spesso considerati isolati, i ricercatori affermano che queste regioni potrebbero essere maggiormente esposte a causa della rapida crescita urbana e delle limitate infrastrutture per il trattamento dei rifiuti e delle acque.

Analizzando 878 pesci di 138 specie diverse tra Fiji, Tonga, Tuvalu e Vanuatu, i ricercatori hanno scoperto che le microplastiche sono arrivate ovunque. Il motivo per cui le Fiji sono così colpite rispetto alla vicina Vanuatu, dove solo il 5% dei pesci presenta tracce di plastica, sta nell’impatto umano. Lo studio non si è limitato a contare i frammenti, ma ha cercato di capire l’identikit del pesce “a rischio”. I pesci di barriera e quelli di fondo, i cosiddetti “benthonici“, sono molto più esposti rispetto a chi nuota in mare aperto. Chi caccia tendendo imboscate o chi setaccia il fondale in cerca di invertebrati — come il Lethrinus harak (imperatore macchiato) — finisce per ingerire accidentalmente le fibre sintetiche che si depositano sul fondo. Queste fibre, derivate principalmente da tessuti e attrezzature da pesca, agiscono come agenti infiltrati nella catena alimentare.

“I dati infrangono l’illusione che la nostra lontananza offra protezione”, avverte Rufino Varea, co-autore dello studio. “I pesci più accessibili per i pescatori di sussistenza sono diventati serbatoi di inquinamento sintetico”, aggiunge. Se per un europeo o un americano la microplastica nel pesce è una preoccupazione ambientale, per gli abitanti delle isole del Pacifico è una minaccia diretta alla sicurezza alimentare. Qui il pesce non è una scelta gourmet, ma la principale fonte di proteine e il cuore della cultura locale. Questo studio è il canarino nella miniera di carbone del nostro oceano globale. Se anche le acque teoricamente più pure del pianeta mostrano segni di sofferenza, è chiaro che le soluzioni “a valle”, come la pulizia delle spiagge, non bastano più. “Questi dati ci obbligano a chiedere un Trattato Globale sulla Plastica che imponga limiti rigorosi alla produzione primaria di plastica e agli additivi tossici, poiché questo è l’unico modo praticabile per salvaguardare la salute e la sicurezza alimentare delle popolazioni del Pacifico”, concludono i ricercatori.

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